Architettura e crisi come opportunità di modernità
La parola crisi ( crisis) deriva dal verbo greco crino separare ed è dotata di diversi significati fra cui quelli di esito-soluzione (Tucidide) e di scelta ( Aristotele).
Già dal significato etimologico appare chiaro che partendo dalla rottura di un equilibrio (anche drammatica e rapida) indica la separazione (crino) fra un prima e un dopo temporale e quindi necessariamente di contenuto e porta con sé il significato di scelta e successivamente di esito e soluzione.
Il volume“Architettura e modernità”, dell’architetto e professore Antonino Saggio, analizza il percorso che dal Bauhaus giunge sino alle ultime sperimentazioni dell’architettura digitale attraverso otto grandi temi: gli anni della macchina (1919-1929), l’età dell’individualità (1929 – 1939, la ricostruzione del significato (1945- 1956), gli anni del Big Bang (1957 – 1966), gli anni del linguaggio (1968 – 1977), gli anni dei contesti e dei palinsesti (1978 – 1987), il successo dell’architettura nel mondo (1988 – 2000), la rivoluzione informatica dell’architettura (dopo il 2001).
La struttura ampia, articolata in 468 pagine può ingannare. Infatti non è solo un manuale di storia dell’architettura moderna e contemporanea, ma molto di più.
E’ un appassionato viaggio negli ultimi 90 anni della nostra storia, di cui l’autore documenta i passaggi in una sequenza continua e diffusa esponendo in maniera mirata i vari argomenti evitando però, operazioni finalizzate ad un mero nozionismo. Lo scopo fondante del libro è compiere una selezione dei nodi cruciali, appunto “critici” che hanno favorito i meccanismi di trasformazione (che da sempre trovano forma espressiva nello strumento illuminante e rivelatore dell’architettura), segnalandone le intrinseche lacerazioni ma anche gli slanci vitali, al fine della comprensione degli scenari che hanno attraversato il Novecento dell’architettura del funzionalismo sino all’attuale era informatica.
Ciò è evidente sin dalla prima pagina : «La necessità che muove la scrittura di questo libro è che la presenza così forte e massiccia dell’informazione e dell’informatica e l’affermazione di modi di produzione completamente distinti da quelli industriali e manifatturieri impongono la creazione, come direbbe Thomas Kuhn, di una scienza rivoluzionaria anche in architettura».
Essa «è intimamente legata ad una concezione che vede nella modernità lo sforzo verso la trasformazione della crisi in valore, in una tensione che, proprio perché storicamente radicata e motivata, non può che essere rivolta verso un’estetica di rottura e di cambiamento.»
L’ultimo paragrafo del libro Re-inizi rimanda all’introduzione e chiarisce cosa è la modernità del XXI secolo: è niente altro che lo stato attuale di tutta la modernità nella storia. L’architettura primitiva senza tempo e senza spazio di Mockbee «non rincorre le vicende della vita e dei tempi ma ne coglie l’essenza come speranza di liberazione, come risposta alle crisi. »
Le architetture di Mockbee «rimangono a mostrare l’essenza, la sostanza e la necessità», e dimostrano che il progresso umano/progresso architettonico non è mai da intendersi quale quello riferito alla tecnologia, all’elettronica, all’informatica ma è soprattutto la capacità di comprendere i risvolti negativi del progresso stesso e trasformarli in nuove potenzialità.
Modernità nel XXI secolo significa quindi essere consapevoli delle positività, delle negatività e soprattutto delle potenzialità, queste ultime intese quali la capacità di eliminare le negatività della stessa modernità.
Quindi la volontà dell’autore di analizzare opere di Gropius o di Le Corbusier, di Aalto e di Mendelsohn, di Zaha Hadid e di Gehry, fino ai recenti lavori di Toyo Ito e di Diller + Scofidio, non è finalizzata ad evidenziare quale sia l’architettura più significativa ma piuttosto i significati che esse hanno generato, a cercare di cogliere e dimostrare come un opera sia in grado di sintetizzare ed esplicitare al meglio le dinamiche complesse del proprio tempo e come , allo stesso tempo sia il risultato di diversi paradigmi che da quelli meccanici giungono a quelli informatici odierni.
Quindi la volontà dell’autore di analizzare opere di Gropius o di Le Corbusier, di Aalto e di Mendelsohn, di Zaha Hadid e di Gehry, fino ai recenti lavori di Toyo Ito e di Diller + Scofidio, non è finalizzata ad evidenziare quale sia l’architettura più significativa ma piuttosto i significati che esse hanno generato, a cercare di cogliere e dimostrare come un opera sia in grado di sintetizzare ed esplicitare al meglio le dinamiche complesse del proprio tempo e come , allo stesso tempo sia il risultato di diversi paradigmi che da quelli meccanici giungono a quelli informatici odierni.
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